Romanzi del Far West

Tutto Salgari #9. Un'antologia di sette classiche avventure salgariane:

Il Re della prateria
Il figlio del Cacciatore d'orsi
Avventure fra le pellirosse
La Sovrana del Campo d’Oro
Sulle frontiere del Far West
La Scotennatrice
Le Selve Ardenti

E un racconto:
L’Aquila Bianca

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Fatti e pareri

Tra il 1869 e il 1910, la produzione letteraria di Emilio Salgari ha come elemento caratteristico il Far West, i suoi paesaggi, i suoi miti e i personaggi eroici che da sempre ne caratterizzano il genere. Con i due cicli Avventure nel West (Il re della prateria, 1896, I minatori dell'Alaska, 1900, La sovrana del campo d'oro, 1905) e Il ciclo del West (Sulle frontiere del Far West, 1908, La scotennatrice, 1909, Le selve ardenti, 1910), e con il romanzo singolo Avventure fra i pellerossa (1900), Salgari riporta nelle sue opere un immaginario radicato nella cultura popolare, una serie di miti e una natura americana che svanirà col tempo, e che hanno contribuito al successo duraturo del western. ~ Donato Bevilacqua

La Sovrana del Campo d'Oro: Il terzo ed il più bello della saga del West. Avventura a più non posso, sparatorie, corse nella prateria, cattivi veramente cattivi, incendi, Bufalo Bill, passaggi vertiginosi nel grand canon.... Un libroche ti tiene incollato alle pagine. ~ Un lettore, Anobii

Il Re della prateria

Il marchesino Almeida, ospite dello zio Mendoza in una piantagione brasiliana ed ultimo erede di una nobile famiglia rovinata a causa di un fratello dissipatore, viene rapito mentre è imbarcato su una nave e trasportato verso il nord. Alcuni anni dopo, lo zio, grazie alle informazioni trovate in mare all'interno di una bottiglia che lo indirizzano in Messico, decide di organizzare una spedizione per ritrovare Almeida

Capitolo 1

Il negriero

– ACCETTATE IL PATTO?
– Carramba! Voi correte come uno steamer a tutto vapore.
– Non amo andare per le lunghe, capitano Nunez.
– Un po’ di pazienza, señor. Simili affari non si trattano lì per lì, specialmente quando non si sa dove si può finire.
– Non vi basta il prezzo?
– Non posso dire che sia meschino, señor... Toh! Non so ancora il vostro nome.
– Non importa.
– Anzi a me importa molto.
– Chiamatemi barone di Chivry o con qualche altro nome, per me è lo stesso.
– Ebbene, signor barone di Chivry, circa il prezzo non posso dir nulla. Carrai! Trentamila piastre subito e altrettante ad affare compiuto! – disse il capitano. – Non ne guadagno forse tante in un carico di balle d’ebano.
– E dunque? – chiese l’uomo che si chiamava o si faceva chiamare barone di Chivry.
Il capitano scosse il capo, sorseggiò un grande bicchiere pieno di aguardiente (acquavite), poi disse:
– Mettiamo le cose a posto, innanzi a tutto; negli affari voglio vederci chiaro.
– Vi ho detto prima che non correte alcun pericolo, e poi, forse che un negriero teme di qualche cosa?
– Ah, non intendo dire che io abbia paura – soggiungeva il capitano Nunez.
– Carramba! Mi sono misurato parecchie volte, sulle coste dell’Africa, cogli incrociatori che volevano mettere il naso nei miei affari e ritogliermi gli schiavi comprati lealmente con tanta polvere, armi e botti di rhum più o meno annacquato. Ma capirete che noi marinai siamo tutti curiosi, e vogliamo sapere esattamente dove si va, se non dove si finisce.
– Siete diffidente, signor Nunez – disse di Chivry con malumore. – Credevo di trovare in voi un uomo più risoluto e più spiccio.
Il capitano spagnolo alzò il capo, aggrottò la fronte e guardò fisso il suo compagno.
– Signor di Chivry, – disse con accento acre, – mi pare che voi andate troppo innanzi colle parole. Per mille fulmini!... Vi sfido a trovare un uomo più risoluto di me.
– Allora, perché chiacchierate tanto ed esitate?
– Perché ho le mie buone ragioni. Per guadagnare sessantamila piastre ci deve essere qualche grave motivo, ed io non voglio immischiarmi colle autorità brasiliane, giacché m’immagino che l’affare che mi proponete debba essere contrario alle leggi.
– Sì e no – rispose di Chivry con voce tranquilla.
– Ecco un enigma.
– Che vi spiegherò a metà.
– Finalmente! – esclamò lo spagnolo.
– Voglio degli schiarimenti prima.
– Parlate.
– È solida la vostra nave?
– Fu varata quattro anni fa nei cantieri di Cadice; si può quindi dire che è quasi nuova.
– Quanti uomini avete?
– Trenta.
– Che uomini sono?
– Eh, buon Dio, non avrete la pretesa che una nave negriera sia montata da onesti marinai.
– Anzi, meglio così.
– Sono bravi lupi di mare, raccozzati in tutti i porti del mondo, decisi a tutto, anche a fare i pirati se io volessi.
– Bella compagnia! Signor Nunez – disse di Chivry ridendo. – Tanto meglio!
– Venite al fatto, ora, se non avete da farmi altre domande.
Di Chivry si bagnò la lingua col bicchiere che teneva dinanzi, poi appoggiò i gomiti sulla tavola, e guardando fisso fisso il capitano, gli chiese a bruciapelo:
– Conoscevi la marchesa d’Araniuez y Mendoza?
Il capitano spagnolo non rispose: interrogava senza dubbio la sua memoria.
– Apparteneva alla prima nobiltà del Brasile, ma era d’origine spagnola come voi – continuò di Chivry.
– Aspettate... – disse lo spagnolo. – Manco da parecchi anni dalla Spagna e non mi sono mai fermato lungo tempo nel Brasile, ma questo nome l’ho udito ancora... Carramba!... Dimorava a Santos?
– Sì, a Santos.
– Ed era nominata per le sue immense ricchezze.
– Precisamente.
– E mi ricordo che un suo figliastro commise delle pazzie senza numero, costringendo la marchesa a scacciarlo.
– Può essere, – disse di Chivry, – ma io lo ignoro.
– Si dice anzi che fosse fuggito dopo aver commesso non so quale delitto, ora che mi ricordo.
– Potrebbe essere – ripeté il francese che diventava attento.
– Proseguite, signor di Chivry – disse lo spagnolo.
– Continuo, signor Nunez. Avete mai saputo che la marchesa avesse un altro figlio, ma questo nato dal suo matrimonio col marchese Mendoza?
– No, signor di Chivry, non essendomi mai interessato di quella famiglia. Quello che vi ho detto lo seppi per caso, in non so quale taverna di Santos o di Rio Janeiro.
– Ebbene, ve lo dico io.
– E così, cosa volete concludere?
– Che io vi pago sessantamila piastre in denaro sonante, se voi mi aiutate a rapire quel ragazzo.
– Per rapirlo! – esclamò lo spagnolo, facendo un gesto di stupore. – Per mille corvette sventrate, tanto vale quel ragazzo!... Scherzate, signor di Chivry?
– No, parlo seriamente – rispose il francese con voce grave.
– Ma pensate che sessant...
– Ci ho pensato, signor Nunez.
– E tutto si riduce a questo?...
– No, avete da fare dell’altro.
– E cioè?
– Imbarcare il ragazzo e trasportarlo nel golfo del Messico, nella laguna della Madre sul Rio Miguel.
– Ma perché?
– Alto là, signor Nunez. Vi ho detto tutto quello che sapevo e non vado più innanzi, perché di più non ne so. Accettate o rifiutate il patto? In due mesi, se voi volete, avrete finita ogni cosa, e guadagnata la somma.
– Ma dove si trova il ragazzo, innanzi tutto?
– In una fattoria isolata presso Porto Alegre, nella laguna dos Patos.
– Ma come faremo a rapirlo?
– Questo si vedrà più tardi; ma ciò riguarda me.
– Qual età ha il ragazzo?
– Deve avere sedici anni – rispose di Chivry dopo alcuni istanti di meditazione.
– Non lo conoscete voi, dunque?
– Non l’ho mai veduto.
Lo spagnolo fece un nuovo gesto di stupore.
– Ma ditemi, signor di Chivry, agite per conto vostro o di altre persone?
– Ciò non vi può interessare.
– Ditemi almeno cosa volete fare di quel ragazzo.
– Trasportarlo alla foce del Rio Miguel, ve lo dissi già.
– Ma per qual motivo?
– Ecco ciò che ignoro anch’io.
– Un’ultima domanda.
– Parlate, ma che sia l’ultima.
– Siete venuto appositamente qui per cercare un capitano poco scrupoloso?
– Può darsi.
– La polizia brasiliana non s’immischierà nei nostri affari?
– La fattoria deve essere isolata, e quando si accorgeranno del rapimento, noi saremo lontani. Accettate, sì o no?
– Accetto – disse lo spagnolo, dopo un momento di esitazione. – Non sarà forse una buon’azione, e forse mi porterà sfortuna; bah! Sessantamila piastre non si guadagnano sempre, e si può tentare la sorte.
Questo dialogo facevasi ai primi d’aprile del 1842, in una taverna di Rio Janeiro, a breve distanza dalla spiaggia. I due personaggi sopra citati non si somigliavano punto. Quello che si chiamava il capitano Nunez, era un giovanotto sui ventisette o ventotto anni, di statura alta, slanciata, la tinta bruna come in generale l’hanno gli spagnoli, gli occhi neri e vivaci, e la capigliatura nera come l’ebano.
Anche non conoscendolo, s’indovinava a prima vista che doveva essere un uomo di mare non solo, ma un carattere energico, risoluto, rotto a tutte le avventure, malgrado fosse così giovane.
L’altro invece, quello che si faceva chiamare di Chivry, era un uomo sulla quarantina, di statura media, colle spalle larghe e la muscolatura robusta. Aveva la testa grossa, anzi quadra come l’hanno i bretoni, una fronte spaziosa sulla quale si vedevano delle profonde rughe, due occhi grigi e che somigliavano tuttavia a quelli delle aquile, una capigliatura lunga e un po’ brizzolata, e una barba ancora nera ed incolta.
Nei modi aveva qualche cosa di ruvido, ma nelle sue parole si indovinava che un tempo doveva avere avuto una coltura superiore, e in certi suoi tratti si capiva che non doveva essere un uomo volgare; e quantunque indossasse uno strano vestimento, mezzo messicano e mezzo yankee, che somigliava a quello che portano gli scorridori delle immense praterie del Far-West o del llano estacado, non pareva che appartenesse ad alcuna razza americana.
Di dove veniva e chi era? Nessuno lo sapeva.
Era sbarcato una settimana prima da uno steamer proveniente dal golfo del Messico, aveva preso alloggio in uno dei migliori alberghi della città, spacciandosi pel barone di Chivry; poi si era messo a fare delle indagini misteriose nelle taverne del porto, fermandosi per delle ore intere dinanzi alle navi ancorate lungo il quai, e soprattutto dinanzi al brick del capitano Nunez, che era giunto quindici giorni prima con un carico di quattrocento negri destinati per le fazendas dell’interno.
Poi era scomparso per alcuni giorni senza che nessuno sapesse dove si fosse recato; ma appena di ritorno erasi messo in cerca del capitano Nunez e trovatolo nella taverna, senz’altro gli aveva proposto il pericoloso affare.
Lo spagnolo, che prima d’allora non lo aveva mai visto e che anzi aveva deciso di ripartire il giorno dopo per la costa africana a caricare un’altra grossa partita di schiavi, dapprima aveva creduto di aver che fare con un pazzo o con un ubriaco; ma quando vide lo sconosciuto aprire un portafoglio gonfio da scoppiare e stendere sulla tavola delle tratte autentiche pel valore di centocinquantamila piastre, i suoi dubbi si cangiarono in uno stupore non facile a descriversi.
E doveva infatti essere sorpreso nel vedere indosso a quell’uomo, che pareva un povero messicano spiantato, una somma relativamente enorme, e che poteva guadagnare in gran parte, e senza correre i gravi rischi della tratta degli schiavi, in quel tempo proibita dalle nazioni europee, le quali mantenevano sulle coste africane degl’incrociatori potentemente armati e bene equipaggiati.
Nunez aveva esitato in sul principio, non sapendo di quale affare si trattasse, e un po’ anche dopo, non volendo aver che fare colla polizia brasiliana, colla quale viveva in buoni rapporti; ma poi aveva finito col cedere. Dopo tutto, i negrieri non sono persone scrupolose, e si appigliano a qualunque mezzo pur di guadagnare danaro, e il capitano Nunez lo amava l’oro. E poi era cosa che riguardava il signor di Chivry e toccava a lui condurre a buon fine il rapimento del fanciullo. Sbarcatolo nel luogo stabilito, avrebbe intascato le altre trentamila piastre e non si sarebbe più occupato né dell’uno né dell’altro.

***

– Dunque è stabilito – riprese il signor di Chivry, dopo d’aver vuotato un altro bicchiere di aguardiente. – Voi, capitano Nunez, accettate il patto.
– Avete la mia parola – rispose il negriero.
– Farà delle obiezioni il vostro equipaggio?
– Per quale motivo?
– Pel rapimento del ragazzo.
– Vorrei che qualcuno osasse alzare la voce. Carrai! Sanno bene, i miei marinai, che io non ischerzo e che non permetto osservazioni. State tranquillo, conosco i miei lupicini e so che hanno paura della mia persona. Carramba! Ho delle buone catene a bordo; e, se non bastano, ho anche del solido canapo per fare un cappio da appendere al più alto pennone della mia nave. Voi capite cosa significa questa operazione, che manda all’altro mondo un uomo per quanto sia grosso e robusto.
– Comprendo – disse di Chivry ridendo. – Allora ho la vostra parola.
– L’avete.
– Qua la mano.
– A voi, signor di Chivry – disse il negriero porgendogliela.
L’avventuriero messicano o nordista che fosse, riaprì il portafoglio e mise dinanzi al capitano tre tratte pagabili a vista, del valore di diecimila piastre ognuna.
– Eccovi la metà del prezzo – disse.
– Che pagatore, – disse il negriero, – e che galantuomo fiducioso, sopra tutto! Se io fossi un briccone e questa notte levassi l’àncora senza aspettare voi?
– Non fuggirete, capitano Nunez.
– Grazie della vostra opinione. Quando partiremo per recarci a rapire il fanciullo?
– Non è necessaria la vostra compagnia.
– No?... Tanto meglio, signor di Chivry. Mi dispiaceva impicciarmi nell’affare del rapimento. Ma cosa dovrò fare intanto? Datemi le vostre istruzioni.
– Nulla; attendetemi sul vostro legno e niente di più.
– Partirete solo per la laguna dos Patos?
– No, ho assoldato alcuni uomini di buona volontà, i quali mi aiuteranno.
– Partirete allora domani col battello costiero.
– No, capitano.
– No?!... – esclamò lo spagnolo stupito. – Forse anche il ragazzo è qui?
– Se vi ho detto che non lo conosco ancora.
– È vero, ma allora come farete per averlo?
– Se io m’imbarco sul battello costiero, come vorreste che io conducessi con me senza chiasso un ragazzo di sedici anni? M’immagino che il figlio della marchesa non sia tale da seguirmi senza opporre resistenza, e metterebbe in subbuglio i marinai e i passeggieri del battello.
– Carramba! Che uomo prudente! – esclamò il negriero con sincera ammirazione. – Mi direte almeno come vi recherete laggiù.
– Con un’imbarcazione a vapore che ho preso a nolo la scorsa settimana.
– Ma come farete a condurre il ragazzo?
– Lo addormenterò con un potente narcotico e lo condurrò a bordo del vostro legno, rinchiuso in una cassa.
– Ma si lascerà prendere?
– Ho in testa un piano che forse riuscirà. Nel caso, ricorrerò alla forza.
– Quanti uomini avete assoldato?
– Sei, signor Nunez.
– Volete alcuni marinai?
– Non sono necessari.
– Come vi piace. Quando sarete di ritorno?
– Oggi è venerdì – disse il barone. – Da qui a Porto Alegre, quale distanza corre?
– Circa settecento miglia.
– La mia imbarcazione fila dieci nodi all’ora, quindi calcolo di impiegare circa sette giorni fra andata e ritorno; un altro lo occuperò nel rapimento. Potrete quindi tenervi pronto per la mezzanotte del 14 aprile, alla bocca del porto, dinanzi al faro.
– Sta bene; ci sarò.
– Badate che le vele siano sciolte e tutto l’equipaggio a bordo.
– Sarò puntuale come un orologio.
Di Chivry gettò sulla tavola una manciata di reis, poi si alzò.
– Addio, capitano – disse. – Fra poche ore, parto pei porti del sud.
– Buona fortuna, signor di Chivry.
– Tengo la vostra parola.
– E d’onore.
– Arrivederci, adunque.
Strinse un’ultima volta la mano del negriero, si gettò sul braccio un ricco serapé messicano e uscì con rapidi passi, dirigendosi verso il quai.