Guerriere e ribelli

Tutto Salgari #18. Un'antologia di otto classiche avventure e due racconti:

La favorita del Mahdi
Le stragi delle Filippine
Il Fiore delle perle
La Gemma del Fiume Rosso
Capitan Tempesta
Sull’Atlante
I briganti del Riff
Sulle frontiere del Far-West
La capitana della Columbia
Perduta fra le solitudini dell'Amazonni

Fatti e pareri

Capitan Tempesta: Siamo dinanzi ad uno dei romanzi più stupefacenti di Salgari. Le vicende di Capitan Tempesta sono ambientate nel 1571 durante la conquista da parte dei turchi dell'isola di Cipro, sino allora in mano a Venezia. Ci sono tutti i migliori ingredienti dei romanzi di Salgari con qualche cosa di più. ~ Riccardo Colombo

Sull'Atlante: In questo lavoro si succedono scene grandiose, fughe, drammi d'amore, grandi caccie sull'Atlante e nel immenso deserto, fra i ferocissimi ed indomabili Tuareg ed i furbissimi Tibbu, i famosi corridori delle sabbie ardenti. Un soldato della legione straniera, condannato ingiustamente dal Consiglio di Guerra d'Algeri, ne è l'eroe e la penna di Salgari vi farà assistere a scene emozionanti. ~ Rivista letteraria Treves, 1907

La favorita del Mahdi: un romanzo entusiasmante, ricco di colpi di scena che racconta le vicende di un intreccio amoroso fatale per molti. ~ Gdynski Byk

La favorita del Mahdi: Non leggevo il buon vecchio Salgari da molti anni. Mi sono chiesto, prima di iniziare, che effetto mi avrebbe fatto alla mia veneranda età. Ho scoperto che l'effetto è sempre lo stesso. Mi sono divertito un sacco e ho imparato parecchie cose. Non avevo mai sentito parlare di questa jihad del Sudan, che Salgari descrive e spiega con una precisione e una sintesi invidiabili. ~ Alessandro Madeddu

Le stragi delle Filippine: Un romanzo pubblicato da Salgari durante lo svolgimento della guerra per l'indipendenza delle Filippine, e che quindi si basa più ancora che nelle opere più note su avvenimenti o persone reali. La storia è poi ancora più tragica e "romantica" (in ogni senso) rispetto a tutti i romanzi salgariani che ho letto finora. Da consigliare a chiunque abbia apprezzato altre opere di Salgari. ~ Finord, Goodreads.com

La Gemma del Fiume Rosso: Buon vecchio Salgari! Puoi dire che il suo stile è superato e spesso troppo enfatico e sciatto, puoi trovare le sue trame incredibili e poco realistiche le sue descrizioni, ma i suoi libri continuano ad affascinare e a far sognare tutti, grandi e piccoli. ~ Adriana, anobii.com

Sulle frontiere del Far-West: Il romanzo è molto avvincente, fra colpi di scena, combattimenti fra bianchi e pellerossa, lotte contro vari tipi di animali selvaggi e contro la natura, sempre corredato di minuziosi particolari... ~ Tex-49 Goodreads.com

Sulle frontiere del Far-West

Un gruppo di pionieri del Far West, tra numerosi imprevisti e colpi di scena, cerca di portare in salvo i figli del colonnello Devandel da Yalla, guerriera degli Sioux, che guida diverse tribù di nativi, unitesi tra loro per sferrare un attacco contro gli invasori bianchi.

Capitulo 1

La gola del Funerale

– AVREMO UNA CATTIVA notte, ragazzi – aveva detto, poco prima del tramonto, il colonnello Devandel, che il governo americano aveva mandato in gran fretta, con appena cinquanta uomini, racimolati per lo più fra i cowboys, sulle montagne dei Laramie. – Aprite gli occhi o gl’indiani approfitteranno dell’occasione per forzare la gola del Funerale.
Il bravo soldato, che aveva conquistati i suoi galloni prima nella guerra contro il Messico e poi combattendo aspramente sulle frontiere del Far-West contro le indomite pellirosse, non si era ingannato.
Le alte cime della catena, che si stende fra i confini meridionali del Wyoming e quelli settentrionali del Colorado, si erano subito coperte ed il tuono non aveva tardato a far udire la sua possente voce che le profonde gole ripercuotevano con una sonorità inaudita.
Pochi istanti dopo una pioggia torrenziale si era rovesciata sull’accampamento costringendo le sentinelle a ripiegarsi loro malgrado, e più che in fretta, verso i furgoni disposti a croce di Sant’Andrea, per difendere le tende da una non improbabile sorpresa.
Solamente due giovani soldati, che fino a pochi giorni prima erano stati scorridori di prateria, e perciò abituati ad affrontare tutte le intemperie, si erano ostinatamente mantenuti all’estremità d’una profonda gola, che conduceva al passo chiamato del Funerale.
Si erano cacciati sotto una roccia sporgente, che in parte li proteggeva dal furioso acquazzone ed aprivano gli occhi e tendevano gli orecchi con estrema attenzione.
– Nulla, Harry? – aveva chiesto il più giovane, un bel tipo appena ventenne, bruno come un meticcio e cogli occhi ardenti come un serpente.
– Niente, Giorgio – aveva risposto l’altro, che gli rassomigliava come una goccia d’acqua, quantunque avesse qualche anno di più.
– Eppure, fratello, sono sicuro che quell’indiano, che per tre notti ha tentato il passaggio, approfitterà di questo uragano per scendere nel Colorado e portare qualche importante messaggio a qualcuna delle tre tribù insorte.
– Ed io, fratello, sono certo di abbatterlo con un buon colpo di rifle (carabina) – rispose Harry. – Che si mostri, ed avrà finalmente il suo avere.
– Ma tu sai che i Cheyenne non hanno paura del fuoco, fratello. Li abbiamo già veduti più volte alla prova sulle praterie.
– Ho marcato dieci tacche sul calcio del mio fucile, Giorgio, e ognuna vale la vita d’una pellerossa.
– Ed io ho sette segni e due ferite guarite molto lentamente – rispose Giorgio, ridendo. – Apri, apri gli occhi, fratello: il colonnello Devandel deve sentire il nemico.
– Ed io sento l’indiano che si ostina a forzare la gola del Funerale – rispose Harry. – Il cuore mi dice che questa sera rinnoverà il tentativo.
– E che lo ammazzerai?
– Se vi sarà un bel lampo in quel momento!... Tieni asciutte le polveri, Giorgio?
– Tutta la mia casacca di pelle è avvolta intorno alla batteria del mio rifle. Corpo d’un bisonte!...
Un lampo accecante era brillato in mezzo alle tempestose nubi che un vento furioso cacciava dal Wyoming al Colorado, seguito da un tuono spaventevole il quale si ripercosse lungamente in mezzo alle cupe foreste che coprivano i fianchi della catena dei Laramie.
I due scorridori, quantunque inondati dalla testa ai piedi, avevano lasciata la roccia che in parte li proteggeva, balzando verso lo sbocco della gola del Funerale.
Un cavallo, tutto bianco, con una superba criniera ed una coda lunghissima, montato da un indiano adorno di penne e che pareva stringesse contro il suo petto qualche cosa, era comparso a soli cinquanta passi dallo sbocco.
– Fuoco, Harry!...
– Fuoco, Giorgio!...
Due spari erano rimbombati, formando quasi una sola detonazione e strappando, alle sentinelle veglianti nei furgoni, dei furibondi «all’armi».
Il cavallo, colpito dalle infallibili palle dei due cacciatori di prateria, i quali non mancano quasi mai ai loro colpi, aveva fatto un salto immenso, poi con una rapida volata aveva salito l’ultimo tratto della gola del Funerale e dopo essersi impennato quasi verticalmente, si era lasciato cadere di quarto mandando un lungo nitrito.
L’indiano che lo montava era stato sbalzato d’arcione di colpo, insieme all’essere che stringeva fra le braccia.
Harry e Giorgio si erano precipitati su di lui coi coltelli in pugno, pronti a scotennarlo secondo la legge inesorabile della prateria, se avesse cercato di opporre qualsiasi resistenza, mentre dieci o dodici sentinelle accorrevano in gran furia portando alcune grosse lanterne.
L’indiano, stordito dalla caduta non aveva nemmeno pensato a servirsi della sua scure di guerra, né del suo fucile, poiché nel 1863 le pellirosse avevano abbandonati gli archi.
– Camerati – disse Harry agli accorsi – formate cerchio intorno a noi e lasciate sbrigare questo affare a me ed a mio fratello Giorgio, giacché siamo stati noi a fare il colpo.
Prese una lanterna e s’avvicinò all’indiano.
Era un bel giovane di sedici o diciassette anni, dalla tinta assai chiara, tanto da crederlo un meticcio, coi capelli lunghi e nerissimi e gli occhi invece azzurrastri, come non se ne trovano mai fra le pellirosse.
Indossava però un costume di perfetto americano primitivo: casacca di pelle con disegni a tinte forti; calzoni aperti in fondo ed adorni di ciuffetti di capigliature umane, con sotto dei bellissimi mocassini ricamati.
Intorno alla testa portava un cerchio d’oro il quale tratteneva un ciuffo di penne d’aquila, distintivo dei personaggi importanti.
– Ecco una buona presa – disse Harry. – O m’inganno assai o questi è il figlio di qualche capo Cheyenne.
Il giovane indiano lanciò sullo scorridore uno sguardo feroce, poi disse con una certa amarezza:
– Hug! i visi pallidi posseggono gli occhi dei falchi?
Ad un tratto tentò di liberarsi dalla stretta e gettò intorno a sé, fra le rupi frantumate che coprivano l’ultimo sbocco della gola del Funerale, uno sguardo angoscioso.
Si sarebbe detto che cercava qualcuno.
– Ehi, Harry – disse un soldato. – Bada!... Forse non era solo.
– Cercate, per Bacco!... – disse Giorgio – mentre noi conduciamo questo prigioniero dal colonnello. Veglia ancora?
– Poco fa chiacchierava ancora, nella sua tenda, coll’Indian agent, quel bravo John Maxim – rispose un altro soldato.
– Andiamo – disse Harry. – E voi cercate dentro la gola. Mi è parso che quest’indiano portasse fra le braccia un fanciullo.
– Se è caduto col cavallo non ci scapperà, camerata – risposero le sentinelle, allargando subito il cerchio.
I due scorridori disarmarono l’indiano, il quale ormai non opponeva alcuna resistenza, che del resto sarebbe stato affatto inutile poiché altri uomini accorrevano, attirati da quei due colpi di fucile; e lo trassero verso i furgoni, tenendo in pugno i bowie knife, quei lunghi coltelli americani d’una resistenza a tutta forza e che formano parte dell’armamento dei volontari che combattono alle frontiere indiane.
Fra i due bracci della croce, s’ergeva un’alta tenda, un vero teepee di costruzione indiana, di forma conica, rinforzato da un gran numero di pali legati verso la cima, per poter resistere meglio ai venti delle praterie, che talvolta hanno una violenza inaudita.
L’interno era illuminato da un fuoco, intorno a cui stavano discutendo animatamente due uomini, ai quali forse erano sfuggiti, fra i fragori della bufera i due colpi di fucile sparati nella gola del Funerale.
Erano il colonnello Devandel ed il suo Indian agent, John Maxim, veri tipi di avventurieri, tutti e due colle carni assai abbronzate ed i capelli già brizzolati.
Come la maggior parte degli yankees delle frontiere, avevano forme erculee, specialmente il secondo, il quale doveva esser dotato d’una forza straordinaria.
– Colonnello – disse Harry, alzando un lembo della tenda e spingendo innanzi il giovane indiano. – Finalmente l’abbiamo catturato.
Il comandante del piccolo corpo d’osservazione si era alzato come spinto da una molla, mentre l’Indian agent impugnava un rifle.
La pellerossa era rimasta immobile, dardeggiando solamente i suoi occhi, quasi fosforescenti, sul colonnello.
Il suo viso non aveva tradito alcuna emozione. Si sa già che tutti gl’indiani si studiano accuratamente di nascondere i loro pensieri, come i loro dolori e le loro gioie.
– Chi sei? – chiese il colonnello, mentre i due scorridori si mettevano a guardia dell’uscita.
– L’Uccello della Notte – rispose il giovane, con voce pacata.
– Un Cheyenne?
– Il mio costume te lo dice, padre bianco. Non è necessario che te lo spieghi.
– Non sai che siamo in guerra colla tua nazione, cogli Sioux e cogli Arapaho che si sono collegati ai nostri danni?
– Lo so.
– Perché cercavi di attraversare il nostro campo? – chiese il colonnello.
– Perché dovevo portare, al capo Arapaho Mano Sinistra, sua figlia Minnehaha.
– Tu menti!... Mano Sinistra non avrebbe certamente commessa una simile imprudenza.
– Hug!... Io ho obbedito perché sono un guerriero e non devo discutere.
– E dov’è questa fanciulla?
– Mi è caduta dalle braccia e si è ammazzata in fondo alla gola del Funerale.
Il colonnello si era voltato verso l’Indian agent.
– Ci credi tu, John?
– Questo verme vi dà a bere delle fole, mio colonnello – rispose il gigante. – Io sono anzi convinto che questo giovane non sia un indiano purosangue, bensì un mestizo, nato da qualche prigioniera bianca e da qualche Sioux piuttosto che da un Cheyenne. Non vedete che ha la tinta più chiara, gli occhi quasi azzurri, gli zigomi meno sporgenti, la fronte più alta e la bocca dal taglio diverso? E poi ecco appesa al suo collo la piccola pietra azzurra dell’Arca del Primo Uomo; che sogliono portare gli Sioux. Cercava d’ingannarvi, il briccone. Non vi pare?
Il colonnello non aveva risposto. Si era appoggiato a uno dei pali della tenda e guardava, con estrema ansietà, il prigioniero, il quale rimaneva sempre impassibile, quantunque non dovesse illudersi sulla sorte che lo aspettava.
Il vecchio soldato, abituato a tutte le emozioni, era diventato improvvisamente pallidissimo, e la sua fronte si era coperta d’un abbondante sudore.
– Dio!... – lo udirono mormorare l’Indian agent ed i due scorridori di praterie.
– Mio colonnello, che cosa avete dunque? – chiese John Maxim, nel vedere il suo comandante così alterato.
– Tu lo credi un mestizo, hai detto – disse il colonnello, facendo uno sforzo supremo e ripassandosi più volte la destra sulla fronte per allontanare qualche penoso pensiero.
– Scommetterei il mio rifle contro un coltello da due dollari – rispose il gigante.
– E lo credi Sioux?
– L’amuleto che porta al collo lo ha tradito. Né gli Arapaho, né i Cheyenne ne posseggono di simili.
– Allora bisogna che parli.
– Hum!... Queste pellirosse sono cocciute come muli.
Il giovane guerriero ascoltava senza manifestare alcuna ansietà. Solamente con un gesto di rabbia, aveva strappata la pietra azzurra che portava appesa al collo e che lo aveva tradito.
Il colonnello fece due o tre volte il giro della tenda, come se volesse rimettersi meglio da quella improvvisa emozione, poi si era avvicinato rapidamente al prigioniero afferrandolo strettamente pei polsi e scuotendolo brutalmente.
– Sei uno Sioux o un Cheyenne? – gli chiese, con voce alterata.
– Sono un guerriero indiano che si è messo sul sentiero della guerra contro i visi pallidi e null’altro – rispose il giovane.
– Voglio saperlo.
L’Uccello della Notte alzò le spalle e parve porgere più attenzione allo scrosciare della pioggia che alle parole del colonnello.
– Tu hai avuto un padre!
Altra alzata di spalle, che fece sbuffare soprattutto l’Indian agent, il quale forse conosceva più profondamente tutte le pellirosse.
– Parla dunque, disgraziato!... – gridò il colonnello. – Chi era tuo padre?
– Non lo so – rispose finalmente il giovane guerriero.
– Un uomo bianco o un indiano?
– Non l’ho mai conosciuto.
– E tua madre era una schiava bianca od una squaw Sioux od Arapaho?
– Non l’ho mai veduta.
– È impossibile – gridò il colonnello.
– L’Uccello della Notte non ha mai avuta la lingua biforcuta (lingua doppia) – rispose la pellerossa.
– Dimmi almeno se sei un Cheyenne od uno Sioux.
– Posso essere l’uno e anche l’altro. E che cosa importerebbe questo all’uomo pallido? Sono stato preso, e so quali sono le leggi della guerra: uccidimi e sia finita. Il Grande Spirito mi accoglierà fra le sue praterie eternamente verdi, ricche di selvaggina.
– Tu sei un coraggioso – disse il colonnello, la cui voce sembrava commossa. – Quale sangue hai tu dunque nelle vene?
– Forse quello di due razze – rispose il giovane. – L’uomo pallido faccia il suo dovere giacché mi ha preso.
– E la figlia di Mano Sinistra, del capo degli Arapaho?
– Sara morta. L’uragano si scatenava ed il mio cavallo non riusciva a sopportare la luce intensa dei lampi. Stavo per raggiungere l’estremità della gola del Funerale, quando il mustang spiccò un salto così spaventevole, che la piccola Minnehaha mi sfuggì dalle braccia. Se i coyote non divoreranno questa notte il suo piccolo cadavere la troverete fra le rocce.
– Hai null’altro da dire?
– No, viso pallido.
– E tu credi che io abbia bevuto tranquillamente tutta questa storia? No, tu ti recavi al campo degli Arapaho per portare qualche ordine.
L’indiano mosse appena la testa.
– Siamo in guerra colle tre nazioni ed ognuno cerca di fare del suo meglio – riprese il colonnello. – Mi rincresce solo di doverti fucilare.
– Un guerriero non teme la morte: te l’ho detto già – rispose il giovane, orgogliosamente. – Quando tu comanderai il fuoco, non vedrai nemmeno i miei occhi chiudersi. Sapevo d’altronde a quali pericoli andavo incontro seguendo il sentiero di guerra delle tre nazioni. Arma la tua rivoltella, se vuoi, e dopo strappami la capigliatura come è la legge della prateria.
Il colonnello, la cui commozione perdurava ancora, con grande stupore dell’Indian agent che lo aveva veduto commettere dei veri atti di ferocia contro i rossi abitanti delle frontiere del Far-West, stava per rispondere, quando si udirono al di fuori, fra il tuonare dell’uragano ed i rovesci d’acqua, delle voci, poi la portiera della tenda si aprì, ed un soldato si fece innanzi, dicendo:
– Ecco, colonnello: l’abbiamo finalmente scovata!... Qualche minuto di ritardo e ci scappava in fondo alla gola del Funerale.
Il nuovo venuto teneva per mano una ragazzina indiana di forse una dozzina d’anni, di pelle assai oscura, dai lineamenti abbastanza regolari, ma che tradivano un’astuzia precoce, specialmente a giudicare dal lampo vivissimo dei suoi occhietti neri come carbonchi.
Non doveva essere la figlia d’un guerriero qualunque, poiché aveva indosso un bellissimo mantello di filo di montone selvatico, a larghi ricami, braccialetti ai polsi, un cerchio d’oro intorno alla fronte e mocassini che sembravano quasi miniati.
L’Uccello della Notte, nel vederla comparire, aveva stretti i denti, poi non aveva potuto frenare un gesto di malumore, il quale non era sfuggito a John Maxim, l’Indian agent del piccolo corpo d’osservazione.
Le due pellirosse si scambiarono un lungo sguardo che voleva dire chissà quante cose, poi la piccina, con una brusca scossa, sfuggì alla stretta del soldato e si diresse verso il colonnello, guardandolo quasi in atto di sfida.
– Il capo? – chiese poi, dopo un breve silenzio.
– Sì – rispose il comandante.
– Che cosa vuol fare il viso pallido del mio amico, l’Uccello della Notte?
– Fra un’ora sarà morto.
La fanciulla sgranò gli occhi roteandoli in giro minacciosamente, poi li fermò nuovamente sul giovane guerriero, con estrema ansietà.
L’Uccello della Notte era rimasto, anche questa volta, impassibile.
– È vero che tu sei la figlia del capo Mano Sinistra? – chiese il colonnello.
– Sì – rispose asciuttamente Minnehaha.
– Dove si trovano le orde che tuo padre comanda?
– Non so.
– L’Uccello della Notte è uno Sioux od un Arapaho?
– Non lo so: è un guerriero.
– Vermi – disse l’Indian agent. – Bisognerebbe arrostirli a lento fuoco ed ancora non direbbero nulla. Mio colonnello, perdete inutilmente il vostro tempo. Non saprete mai nulla.
– Eppure qualche motivo imperioso deve aver costretto questo giovane a forzare il passo del Funerale – disse il comandante, il quale non riusciva a staccare i suoi sguardi dall’Uccello della Notte.
– Certo, signor Devandel. Questi due animali ci giocano. Sarebbe meglio finirla, giacché l’uragano è cessato e la luna è tornata a mostrarsi. Fuciliamolo prima che ci sfugga; la fanciulla la terremo con noi.
Il colonnello, che aveva già comandato un gran numero di esecuzioni, guardò l’Indian agent quasi con smarrimento.
– Fucilarlo! – disse poi, con voce sorda e alterata. – E se ti dicessi, John, che io esito?
– V’interessa quel giovane?
– Io non lo so, ma provo qui dentro una strana emozione che non saprei spiegarti.
– Non avete il diritto di graziarlo.
– Lo so, pur troppo: la nostra è una guerra di sterminio.
– Volete che comandi io?
– Sì... sì... non voglio assistere alla morte di questo giovane – disse il colonnello con voce affannosa.
– Fra un minuto tutto sarà finito – rispose l’Indian agent, facendo segno ai due scorridori di prateria d’impadronirsi dell’indiano.
L’Uccello della Notte fu tratto fuori dalla tenda, colle braccia strettamente legate dietro al dorso.
La piccina lo aveva seguito, mentre il colonnello, sorpreso da una inesplicabile angoscia, che gli faceva martellare fortemente il cuore, si lasciava cadere sulla sella d’un cavallo, prendendosi la testa fra le mani.
L’uragano era cessato e la luna appariva splendidissima fra lo strappo d’una gigantesca nube ancora gravida di pioggia.
Un vento freddo calava dalle alte gole della catena e rumoreggiava sinistramente dentro la gola del Funerale.
I cinquanta uomini che formavano il corpo di spedizione erano tutti accorsi per assistere all’esecuzione.
John Maxim fece condurre il condannato all’imboccatura della gola, legandolo ad una roccia che sembrava un albero pietrificato.
– Hai null’altro da dire? – gli chiese.
L’Uccello della Notte sorrise con disprezzo e concentrò tutta la sua attenzione su Minnehaha che si era fermata a dieci passi da lui e che conservava una calma spaventosa.
Sei soldati si erano schierati dinanzi al giovane guerriero, puntando su di lui i fucili.
– Facciamo presto – disse l’Indian agent. – Via la piccina.
Harry, lo scorridore, strappò via Minnehaha.
Quasi nel medesimo istante sei colpi di fucile rimbombarono, seguiti da un settimo: il colpo di grazia.
Il giovane guerriero era stato fulminato, senza che avesse avuto il tempo di mandare un grido.
– Al campo – ordinò Maxim.
Stavano per far ritorno ai furgoni, quando un nitrito altissimo risuonò verso la gola, poi il magnifico cavallo che il guerriero aveva montato, emerse dalle ombre, mostrandosi ai raggi della luna.
– Toh... – aveva esclamato Harry. – Non era ancora morto!
Il magnifico quadrupede si mantenne ritto per qualche istante, poi rovinò al suolo mandando un ultimo e più sonoro nitrito.
Era morto davvero come il giovane guerriero che l’aveva cavalcato fino a qualche minuto prima.