Romanzi del Far West

Tutto Salgari #9. Un'antologia di sette classiche avventure salgariane:

Il Re della prateria
Il figlio del Cacciatore d'orsi
Avventure fra le pellirosse
La Sovrana del Campo d’Oro
Sulle frontiere del Far West
La Scotennatrice
Le Selve Ardenti

E un racconto:
L’Aquila Bianca

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Fatti e pareri

Tra il 1869 e il 1910, la produzione letteraria di Emilio Salgari ha come elemento caratteristico il Far West, i suoi paesaggi, i suoi miti e i personaggi eroici che da sempre ne caratterizzano il genere. Con i due cicli Avventure nel West (Il re della prateria, 1896, I minatori dell'Alaska, 1900, La sovrana del campo d'oro, 1905) e Il ciclo del West (Sulle frontiere del Far West, 1908, La scotennatrice, 1909, Le selve ardenti, 1910), e con il romanzo singolo Avventure fra i pellerossa (1900), Salgari riporta nelle sue opere un immaginario radicato nella cultura popolare, una serie di miti e una natura americana che svanirà col tempo, e che hanno contribuito al successo duraturo del western. ~ Donato Bevilacqua

La Sovrana del Campo d'Oro: Il terzo ed il più bello della saga del West. Avventura a più non posso, sparatorie, corse nella prateria, cattivi veramente cattivi, incendi, Bufalo Bill, passaggi vertiginosi nel grand canon.... Un libroche ti tiene incollato alle pagine. ~ Un lettore, Anobii

Il figlio del Cacciatore d’orsi

Bauman, il Cacciatore d'orsi e prigioniero di Pesante Mocassino, il capo dei Sioux Ogallalas. Il figlio va a liberalo con l'aiuto di Winnetou e Old Shatterhand, due leggende del Far-West. (libera riduzione di Der Sohn des Bärenjägers, di Karl May)

Capitolo 1

Una traccia misteriosa

IN UNA DI quelle vaste praterie che si trovano un po’ all’ovest della specie d’angolo formato dalla riunione dei tre Stati dell’America del Nord: il Dakota, il Nebraska ed il Wyoming, due uomini cavalcavano di gran galoppo come se avessero fretta di giungere a qualche appuntamento od a qualche accampamento.
A prima vista si riconoscevano per europei, quantunque indossassero dei costumi assai strani che non si vedono in alcuna regione del nostro vecchissimo continente.
Quanta differenza fra quei due tipi!... L’uno era altissimo di statura, spaventosamente magro, una specie di Don Chisciotte; l’altro invece era rotondo come una botte, e si poteva rassomigliarlo al servitore dell’errante cavaliere spagnuolo, a Sancio Panza.
Nondimeno, malgrado tanta differenza di statura, le loro teste si tenevano allo stesso livello, perché l’uomo piccolo e rotondo montava un cavallone ossuto e dalle gambe smisurate e che non doveva di certo appartenere alle vigorosa razza andalusa che popola le praterie americane; il più magro invece montava un piccolo mulo, tanto basso anzi che le lunghe gambe del cavaliere quasi quasi toccavano il suolo. Avendo due cavalcature così differenti, si comprenderà facilmente come in sella quei due uomini fossero egualmente alti.
Abbiamo detto in sella, ma dobbiamo dire che abbiamo errato, poiché nessuno di quei due uomini sembrava che ci tenesse ad un così comodo arnese.
Il piccolo si era infatti accontentato d’una vecchia pelle di montone, l’altro d’una coperta tutta strappi, che non avrebbe potuto servire nemmeno da tenda.
A prima vista quei due singolari individui si potevano scambiare per due vecchi cacciatori di prateria provenienti da un lunghissimo viaggio, ed infatti lo stato miserando delle loro vesti lo indicava chiaramente.
Il più magro portava dei pantaloni che non erano stati certamente tagliati sulla sua misura, troppo larghi ma contemporaneamente troppo corti per quelle gambe così lunghe, giungendogli a malapena al ginocchio; lo spesso strato di grasso che copriva sopratutto le parti anteriori, dimostrava l’abitudine che aveva il suo proprietario di far servire quei poveri panni da salvietta.
Le gambe del cavaliere poi, sparivano entro un paio di stivaloni antidiluviani, che giammai avevano conosciuta alcuna specie di lucido, assumendo così una tinta assolutamente impossibile a precisare.
Una camicia di cotone grossolano, d’un colore cremastro, priva di bottoni, copriva il magro petto del cavaliere, lasciando a nudo le braccia secche ma nervose, non essendovi traccia di maniche.
Una cravatta di lana che gl’imprigionava il collo, una cravatta che un giorno poteva essere stata bianca o nera, gialla o rossa, verde od azzurra, ma che ora non si poteva più conoscere con precisione ed un cappellaccio a larghe tese completavano il costume del nostro eroe. Sarebbe però necessario dirvi che quel cappello era in uno stato non certo migliore delle vesti, sdrucito, unto e scolorito al pari della cravatta. Forse un giorno aveva coperta la testa di qualche nobile lord o di qualche ricco yankee degli Stati dell’Unione, ma il primo proprietario non avrebbe di certo potuto più riconoscerlo sul capo del cacciatore di prateria.
Quale età, poi aveva quell’uomo? Sarebbe stato impossibile a precisarlo. Il suo viso magro, angoloso, conservava qualche traccia di freschezza: l’espressione però dei suoi occhi azzurri, la barba un po’ brizzolata, i suoi capelli che cominciavano ad incanutire, dicevano che il magro cavaliere doveva aver varcata la trentina da più lustri.
Il suo compagno invece pareva assai più giovane. Era un uomo dalla fisonomia franca e simpatica, scrupolosamente rasato, dagli occhi piccoli, bruni e vivaci, dalle labbra quasi sempre sorridenti, dalla capigliatura rossiccia, un tipo insomma di tedesco o di americano del Nord.
Era un po’ meglio vestito del suo compagno, avendo pantaloni e giacca di lana azzurra in ottimo stato e sul capo un ampio cappello di paglia di Panama.
Entrambi poi erano bene armati, come uomini che sanno quanti pericoli si devono affrontare nelle vaste praterie nord-americane, infestate dalle pellirosse, dagli orsi, dai bisonti, dai giaguari e dai serpenti.
Portavano stretto al fianco il lazo, una scure, un paio di rivoltelle e tenevano in ispalla delle lunghe carabine, armi formidabili nelle mani dei cacciatori di prateria essendo questi uomini degl’infallibili tiratori.
Questi due cavalieri, nell’epoca in cui comincia il nostro racconto, erano famosi nel Nebraska, nel Dakota ed anche nelle immense praterie dell’Arizona e nei deserti dell’Utah. Colui che rassomigliava a Don Chisciotte si chiamava David Kroners ed il suo compagno Iacob Pfefferslien, ma nelle praterie non si conoscevano che pel grande Davy e l’altro pel grosso Jemmy (diminutivo di Iacob).
Quantunque l’uno yankee puro sangue e l’altro d’origine germanica, sia nelle savane, come nelle praterie, sia nei deserti o sulle montagne, mai era stato veduto il grande Davy senza il piccolo Jemmy e viceversa. Pareva che quei due esseri, l’uno così magro e lungo e l’altro così piccolo e grosso, non potessero vivere senza essere uniti.
Volete saperne di più? Eguale simpatia e profonda amicizia regnava perfino fra il grande cavallo di Jemmy ed il muletto di Davy. Quando l’uno s’arrestava dinanzi a qualche succolento mazzo di verzura o di quell’eccellente buffalo grass che forma la delizia dei bisonti, l’altro non tardava ad imitarlo ed i loro padroni potevano ben adoperare gli speroni o lo scudiscio, né l’uno né l’altro si sarebbero mossi.
I nostri eroi camminavano già da parecchie ore, quando il muletto si arrestò bruscamente sul margine d’un alto strato di erbe succolenti; il cavallo non tardò ad imitarlo, facendo capire al padrone che non sarebbe andato più innanzi.
Il grande Davy ed il piccolo Jemmy, comprendendo che avrebbero sprecato inutilmente il loro fiato ed anche le loro forze, scesero di sella, si accomodarono fra l’erbe, levarono da una borsa un pezzo di capriuolo che avevano arrostito al mattino e si misero a lavorare di denti senza scambiare una parola, mentre il muletto ed il cavallo facevano una scorpacciata di quelle erbe grasse e nutrienti.
Il sole discendeva lentamente verso ponente, in mezzo ad un cielo color di fuoco: i raggi erano ancora ardenti però una fresca brezza soffiava sulla prateria, curvando, con un lieve susurrìo, le miriadi di fiori gialli ed azzurri che spuntavano dovunque fra le alte erbe, spandendo all’intorno degli acuti profumi.
All’orizzonte, al disopra d’un vasto altipiano erboso, giganteggiavano gli alti coni della grande catena delle Montagne Rocciose, le cui vette spiccavano nettamente sul cielo risplendente dagli ultimi raggi del sole, mentre le loro chine immense si perdevano verso l’ovest, fra le prime ombre del tramonto.
– Ebbene Davy, riprenderemo ancora le mosse? – chiese Jemmy, dopo che ebbe terminato il pasto.
– Come gli altri giorni, – rispose il compagno laconicamente.
– Non ci accamperemo qui?
– Lo si vedrà.
– Io avrei un gran desiderio di riposarmi un po’. Lo vuoi?
Il magro Davy aveva l’abitudine di rispondere sempre ay invece di yes che vuol dire in buon italiano sì.
Dopo quello scambio di parole, il silenzio si ristabilì fra i due cacciatori. Jemmy non voleva importunare il compagno, sapendo che era di modi alquanto bruschi, però lo guardava con due occhi maliziosi, aspettando il momento opportuno di prendersi a sua volta una rivincita. Non erano trascorsi due minuti, quando il magro Davy si decise d’uscire dal suo mutismo.
– Conosci tu, Jemmy, questa regione? – chiese egli indicando la praterie che si estendeva dinnanzi a loro.
– Moltissime, – rispose il compagno.
– Ebbene, come la chiami tu.
– L’America.
Il magro cacciatore fece un gesto d’impazienza e non sapendo con chi sfogarsi, allungò un calcio al muletto che gli stava vicino.
– Vuoi farmi arrabbiare?
– Chi?
– Tu.
– T’inganni, mio caro. Io ti rispondo sul medesimo tono. Tu mi dai delle risposte sciocche ed io ti contraccambio con delle spiritosità.
– Tu spiritoso! sei pazzo, Jemmy?
– Tu dimentichi, Davy, che io ho avuto una educazione raffinata.
– Eh! Lo so che sei stato allevato in un collegio. Vuoi che io l’abbia dimenticato così presto? Me lo dici trenta volte al giorno!
– Te lo dirò anche cento se sarà necessario, – rispose Jemmy, ridendo. – Almeno così ti ricorderai che io sono un uomo istruito e degno di una certa considerazione. Mio caro, io ho percorso parecchie classi al ginnasio.
– Due forse?
– Tre, tre.
– Mettiamone anche quattro se tu vuoi, mio caro, – riprese Davy. – Credi perciò di essere diventato spiritoso! Tutt’al più quegli studi t’avranno dirozzato un po’ il cervello.
– E vuoi concludere, con tutte queste chiacchiere?
– Che tu non conosci questa regione.
– T’inganni, Davy. Io non ho dimenticato che è stato precisamente in queste praterie che noi ci siamo incontrati. Ti ricordi, amico!
– Sì, è vero, – rispose il magro cacciatore. – Io aveva consumate tutte le mie provviste di polvere contro una mandria di bisonti, quando gl’indiani Sioux mi attaccarono e mi fecero prigioniero. Se tu non fossi giunto, alcune ore dopo, io non sarei ora qui a farti ricordare quel brutto giorno.
– Infatti, Davy, se io avessi tardato un’ora ancora, ti avrebbero scotennato e poi abbrustolito il ventre per bene. Quei bricconi però hanno pagato caro il loro tradimento poiché di cinque, solamente tre poterono sfuggire alla mia carabina.
– Avresti dovuto ucciderli tutti, Jemmy.
– E perché? Non bastavano forse due?
– Ma hai lasciato scappare gli altri.
– Tu sai che a me ripugna uccidere le persone.
– Bah! degl’indiani! – esclamò il magro Davy, con disprezzo.
– Forse che non sono uomini come noi? Io non sono un sanguinario, né un antropofago.
– Voi tedeschi siete uomini singolari. Invece di accoppare quei furfanti d’indiani e di distruggerli in massa, vorreste trattarli coi guanti. Se si dovesse....
– Continua, – disse Jemmy, vedendo che il compagno s’era bruscamente interrotto, fissando le erbe delle praterie.
– Oh! oh! – esclamò il cacciatore, levandosi bruscamente. – Io scorgo una traccia su quelle zolle erbose.
– Di qualche bisonte?
Invece di rispondere, Davy si alzò e percorsi trenta o quaranta passi s’arrestò, indicando al compagno una linea oscura che si prolungava fra le erbe, dirigendosi verso alcuni gruppi di rocce.
La osservò attentamente, poi disse:
– Vorrei essere fucilato se questa non è una pista.
– È vero, – confermò Jemmy. – Cosa ne pensi tu?
– Cosa io penso? che nella prateria non si deve trascurare alcuna pista, amico mio. Tu sai che queste erbe possono nascondere mille pericoli e che in queste regioni non si è mai certi di vedere il sole a tramontare.
– Non era necessario che tu me lo dicessi, Davy. Cosa intendi di fare?
– Seguire questa pista fino a quelle rocce. Armiamo le carabina e andiamo innanzi.
– Andiamo, Davy.
I due cacciatori cambiarono le capsule ai loro fucili per essere certi dei loro colpi nel caso d’un improvviso attacco e si diressero verso quell’ammasso di rocce, che si rizzava a circa trecento passi dall’accampamento. Giunti colà, si misero ad osservare quelle orme, le quali spiccavano più nettamente, essendo, in quel luogo, il terreno umidiccio.
– Vedi, Jemmy? – chiese Davy.
– Vedo, – rispose il compagno.
– È la pista d’un cavallo.
– La riconoscerebbe anche un fanciullo, – rispose Jemmy. – Vorresti tu che fosse passata una balena per di qui?
– In tal caso la balena saresti tu, – rispose l’americano, ridendo.
– Peuh! Un balenottero molto piccolo, amico.
– Lasciamo gli scherzi, Jemmy, ed occupiamoci di questa pista che mi inquieta assai.
– Vediamo, – disse il tedesco. – Non basta sapere che questo orme sono state lasciate da un cavallo.
Si curvò sulle erbe e dopo d’averle frugate e rifrugate per mettere a nudo il terreno, disse con aria grave:
– Ora comprendo.
– E che cosa? – chiese l’americano, che cominciava ad impazientirsi di quelle indagini.
– Per di qua è passato un indiano.
– Lo credi tu? Non sarei d’altronde sorpreso che fosse passata una pellerossa, trovandosi noi su uno dei loro territori di caccia. Innanzi a tutto, da cosa arguisci che il cavaliere fosse un indiano?
– Dalle orme lasciate dagli zoccoli del cavallo, – rispose il tedesco, che continuava ad esaminare attentamente le orme. – Di questo sono certissimo.
– E perché quel cavallo non potrebbe essere stato montato da un uomo bianco invece? – chiese l’americano.
– Perché?... Eh!.... Io non lo saprei dire, forse lo sento per istinto.... ma.... aspetta un po’.
Continuò ad avanzare per altri quindici o venti passi frugando e rifrugando ancora le erbe, poi s’arrestò tutto d’un colpo, dicendo:
– Ah!.... Ora ne ho la certezza. Il cavallo non era ferrato.
– E vuoi concludere?
– Che i cavalli degl’indiani non portano ferri ai piedi, – rispose Jemmy.
– È vero, – disse l’americano.
– Ti so anche dire poi, che l’uomo che montava quel mustang era, assai leggiero e che aveva molta fretta.
L’americano a sua volta si curvò sulle erbe e si accorse che il tedesco aveva detto il vero.
– Diavolo, – mormorò, scuotendo la testa. – Quel cavallo doveva essere molto affaticato. Qui scorgo una larga traccia che indica che il povero animale è caduto.
– Ciò significa, Davy, che l’uomo che lo montava aveva molta fretta e che non lo risparmiava.
– Udiamo, Jemmy: ti sembra fresca questa orma?
– Recentissima, amico, poiché l’erba non ha ancora avuto il tempo di rialzarsi. Sono certo di non ingannarmi nell’asserire che quel cavallo è passato di qui da forse due sole ore.
– Sì, lo credo anch’io, – disse l’americano che era diventato assai inquieto. – Ma dove sarà andato quel furfante?
– Se il suo cavallo era così stanco, non dovrebbe essere molto lontano da noi.
– Può aver presa qualche scorciatoia, Davy.
– Io credo invece, Jemmy, che si sia fermato in qualche luogo per far riposare il suo mustang.
– Può essere; vorrei però sapere dove andava quell’indiano e con tanta fretta.
– Sara qualche messaggiero.
– E di chi?
– Ecco quello che non possiamo sapere. Penso però che se egli è un indiano si recherà di certo presso qualche tribù di pellirosse.
– È vero, – mormorò Davy, che diventava sempre più inquieto. – Cosa ci consiglieresti di fare, mio vecchio Jemmy?
– Seguire la pista, – rispose il tedesco, tanto più che mi pare che non si allontani dalla nostra via. Forse noi potremo sapere in breve dove egli si sarà diretto ed a quale tribù appartiene.
– Hai ragione Jemmy. In questo territorio parecchie sono le tribù che hanno stabilito i loro accampamenti. I Blackfoot sulle montagne, i Chickasaw ed i Sioux nelle pianure. A proposito di Sioux, sai che hanno dissotterrata la scure di guerra?
– Lo ignoravo.
– Badiamo a non cadere sulle loro mani, Jemmy, o vi lasceremo le nostre capigliatura. Vieni, amico.
I due cacciatori tornarono verso il loro accampamento, bardarono il muletto ed il cavallo e salirono in arcione, mettendosi a seguire attentamente la pista. Avevano però messi i fucili dinanzi a loro, per essere più pronti a servirsene e di quando in quando si alzavano sulle staffe per abbracciare maggior orizzonte, temendo sempre qualche brutta sorpresa.
Un’ora era trascorsa senza che nulla di nuovo fosse accaduto e che potesse giustificare in modo alcuno i loro timori. Il sole a poco a poco era tramontato dietro le alte vette delle Montagne Rocciose ed un venticello fresco si era alzato, scacciando il calore della giornata.
Avevano già percorso tre miglia, quando s’accorsero che la corsa dell’indiano s’era arrestata e il suo cavallo, sfinito dalla fatica, era nuovamente caduto, lasciando sull’alta erba e sul suolo umido l’impronta del suo corpo.
Jemmy balzò a terra, esaminando attentamente le traccie.
– L’indiano è sceso qui, – disse. – Scorgo su questo terreno le impronte dei suoi mocassini e ti so anche dire che quel frettoloso cavaliere deve essere giovane assai.
– E da cosa puoi arguirlo? – chiese l’americano, che era rimasto sul suo muletto.
– Dall’impronta dei piedi, – rispose il tedesco. – Guarda: è appena marcata e così piccola che la si direbbe prodotta da una squaw (donna indiana).
– Che assurdità? Una donna non si avventura sola nella prateria.
– Sarà invece un giovane indiano, – rispose il tedesco. – Io non ti ho detto che possa essere precisamente una donna.
– Non mi sorprenderebbe però che fosse un giovane guerriero. Vi sono delle tribù che impiegano anche i ragazzi come messaggieri. Andiamo innanzi, Jemmy.
Si rimisero in marcia sorvegliando sempre attentamente la prateria la quale allora cominciava a cambiarsi. Alle alte erbe cosparse di fiori dai mille colori, si succedevano degli alberi talora isolati e tal’altra raggruppati e degli ammessi di fitti cespugli, in mezzo ai quali avrebbero potuto celarsi parecchi indiani.
Seguendo sempre la pista, i due cacciatori non tardarono a giungere in un luogo ove l’indiano era stato costretto a discendere nuovamente di sella, per concedere, senza dubbio, un altro po’ di riposo al suo cavallo.
Le traccie dell’uomo e dell’animale si vedevano l’una vicina all’altra, come se il primo avesse condotto per la briglia l’altro.
I cespugli erano allora diventati così fitti, da costringere i cacciatori a raddoppiare la vigilanza.
Davy apriva il passo; il tedesco lo seguiva.
Ad un certo momento, il tedesco ruppe il silenzio, dicendo:
– Il cavallo che ci precede ha il mantello nero.
– Come lo sai tu? – chiese l’americano.
– Ho veduto una manata di peli neri su di un cespuglio.
– Noi ora sappiamo qualche cosa più di prima, ma se tu parli così alto, mio caro, correremo il pericolo di farci ammazzare prima di sapere il resto.
– Non inquietarti, Davy: il mio cavallo ha la bella abitudine di sentire la vicinanza dei nemici. Siccome ora è tranquillo, possiamo tirare innanzi senza preoccupazioni.
Il magro cacciatore non rispose, però percorsi altri quindici passi arrestò bruscamente il suo muletto, esclamando:
– Tuoni e folgori! Ho veduto passare qualche cosa dinanzi a noi. Il grasso tedesco, con una vigorosa sferzata, costrinse il suo cavallone a raddoppiare il passo e lo arrestò in mezzo ad una piccola radura.
Dinanzi a lui si alzava una gigantesca roccia in forma di cono, come se ne trovano sovente nelle grandi praterie dell’America del nord; la pista che fino allora era stata seguìta si prolungava fino là, poi girava a destra, formando un angolo acuto. In quel punto il tedesco notò le traccie di altri cavalli.
– Hai veduto, Davy? – chiese al compagno che lo aveva seguìto. – Cosa ne pensi?
– Io penso che dietro a queste roccie potrebbe trovarsi l’accampamento della tribù dell’indiano.
– Vuoi che tentiamo la salita di questo cono?
– Andiamo, Jemmy.
Scesero d’arcione e presi gli animali per la briglia, si avventurarono fra le rupi, salendo faticosamente sui fianchi del picco.
Superata la cima e giunti sul versante opposto, si trovarono improvvisamente dinanzi ad un accampamento, ma che era stato già abbandonato.
Si vedevano però a terra alcune ascie inservibili, dei pezzi di pelle, qualche vecchia coperta ed un mortaio che doveva aver servito a triturare il grano turco, nonché delle traccie recenti di numerosi fuochi.
– Dove sono fuggiti gl’indiani che qui si erano accampati? – chiese Davy con stupore.
– Ed il messaggiero? – chiese il tedesco.
– Scommetterei che è stato sorpreso da qualche banda d’indiani appartenenti a qualche tribù nemica.
– Lo credi?
– Se non fosse così, gl’indiani che qui prima si accampavano non si sarebbero mossi. Cosa pensi di fare Jemmy!
– Seguire le tracce lasciate da questi indiani. Vedo qui le orme d’una quindicina di cavalli.
– Sono molti, supposto che siano montati da altrettanti cavalieri, – disse l’americano. – E poi, possono essere già molto lontani.
– Io credo il contrario, Davy.
– Ebbene, andiamo innanzi, giacché lo vuoi.
Risalirono sui loro animali ed avendo trovato una specie di sentiero che serpeggiava fra le rupi e che pareva fosse stato già percorso dagli uomini dell’accampamento, si misero in marcia, decisi a sapere cosa era avvenuto del messaggiero così improvvisamente scomparso.